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LEONARDO DA VINCI: FACEZIE

Facezie

 

1.

C. A. 13r d

Uno vede una grande spada allato a un altro e dice: «O poverello! ell'è gran tempo ch'io t'ho veduto legato a questa arme: perché non ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà?».

Al quale costui rispose: «Questa è cosa non tua, anzi è vecchia».

Questo, sentendosi mordere, rispuose: «Io ti conosco sapere sì poche cose in questo mondo, ch'io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per nova».

 

 

2.

C. A. 76v a

Uno disputandosi e vantandosi di sapere fare molti vari e belli giochi, un altro de' circustanti disse: «Io so fare uno gioco il quale farà trarre le brache a chi a me parirà». Il primo vantatore, trovandosi sanza brache: «Che no», disse, «che a me non le farai trarre! E vadane un paro di calze». Il proponitore d'esso gioco, accettato lo 'nvito, impromutò più para di brache e trassele nel volto al mettitore delle calze. E vinse il pegno.

 

 

3.

C. A. 76v a

Uno disse a un suo conoscente: «Tu hai tutti li occhi trasmutati in istrano colore». Quello li rispose intervenirli spesso. «Ma tu non ci hai posto cura? E quando t'addivien questo?». Rispose l'altro: «Ogni volta ch'e mia occhi veggono il tuo viso strano, per la violenza ricevuta da sì gran dispiacere, subito e' s'impallidiscano e mutano in istran colore».

 

 

4.

C. A. 76v a

Uno disse a un altro: «Tu hai tutti li occhi mutati in istran colore». Quello li rispose: «Egli è perché i mia occhi veggono il tuo viso strano».

 

 

5.

C. A. 76v a

Uno disse che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo. L'altro rispose: «Tu che vi se' nato, confermi ciò esser vero, per la stranezza della tua brutta presenza».

 

 

6.

Facezia.

C. A. 67r a

Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande strepido col culo; e disse l'altro compagno: «Or veggo io ch'i son da te amato». «Come?», disse l'altro. Quel rispose: «Tu mi porgi la correggia perch'io non caggia, né mi perda da te».

 

 

7.

Facezia.

C. A. 119r a

Una lavava i panni e pel freddo aveva i piedi molto rossi, e, passandole appresso, uno prete domandò con ammirazione donde tale rossezza dirivassi; al quale la femmina subito rispuose che tale effetto accadeva, perché ella aveva sotto il foco. Allora il prete mise mano a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella accostatosi, con dolce e sommessiva voce pregò quella che 'n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela.

 

 

8.

Facezia.

C. A. 119r a

Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com'è usanza, l'acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d'un pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso pittore, voltosi indirieto alquanto scrucciato, disse, perché facessi tale spargimento sopra le sue pitture. 

Allora il prete disse essere così usanza, e ch'era suo debito il fare così, e che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che d'ogni bene, che si faceva in terra, se n'arebbe di sopra per ogni un cento. Allora il pittore, aspettato ch'elli uscissi fori, se li fece di sopra alla finestra, e gittò un gran secchione d'acqua addosso a esso prete, dicendo: «Ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu dicesti che accaderebbe nel bene, che mi facevi colla tua acqua santa, colla quale m'hai guasto mezze le mie pitture».

 

 

9.

C. A. 150v b

Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle quali essi non mangiano carne ne' lor conventi; ma in viaggio, perché essi vivano di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto loro innanzi. 

Onde, abbattendosi in detti viaggi una coppia d'essi frati a un'osteria in compagnia d'un certo me[r]cantuolo, il quale, essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà dell'osteri[a], altro che un pollastro cotto, onde esso mercantuolo, vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse: «Se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne' vostri conventi d'alcuna maniera di carne». 

Alle quali parole i frati furono costretti, per la lor regola, sanza alt[r]e gavillazioni, a dire ciò essere la verità: onde il mercantetto ebbe il suo desiderio; e così si mangiò essa pollastra, e i frati feciono il meglio poterono.

Ora, dopo tale desinare, questi commensari si partirono tutti e tre di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovati un fiume di bona larghezza e profondità, essendo tutti tre a piedi - i frati per povertà e l'altro per avarizia, - fu necessario, per l'uso della compagnia, che uno de' frati, essendo discalzi passasse sopra i suoi omeri esso mercantuolo: on[de] datoli il frate a serbo i zoccoli, si caricò di tale omo.

 

Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano, alzò la testa inverso quello che l'aggravava, e disse: «Dimmi un poco, hai tu nessun dinari addosso?». «Ben sai», rispose questo, «come credete voi che mia pari mercatanti andassi[n] altrementi attorno?». «Oimè!», disse il frate, «la nostra regola vieta che noi non possiano portare danari addosso». E subito lo gettò nell'acqua. La qual cosa, conosciuta dal mercatante facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con piacevole riso, pacificamente, mezzo arrossito per vergogna, la vendetta sopportò.

 

 

10.

C. A. 300v

Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perché quello spesso li diceva male delli amici sua. Il quale lasciato l'amico, un dì, dolendosi collo amico, e dopo il molto dolersi, pregò che li dicesse quale fusse la cagione che lo avesse fatto dimenticare tanta amicizia. Al quale esso rispose: «Io non voglio più usare con teco per ch'io ti voglio bene e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo amico, che altri abbiano a fare, come me a fare trista impressione di te, dicendo tu a quelli male di me tuo amico, onde non usando noi più insieme, parrà che noi siamo fatti nimici e per il dire tu male di me, com'è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi usassimo insieme».

 

 

11.

Facezia.

M. 58v

Uno volendo provare colla alturità di Pittagora come altre volte lui era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento, allor costui disse a questo tale: «E per tale segnale che io altre volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro». Allora costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero, che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato l'asino, che li portava la farina.

 

 

12.

Facezia.

M. 58v

Fu dimandato un pittore, perché facendo lui le figure sì belle, che eran cose morte, per che causa avessi fatto i figlioli sì brutti. Allora il pittore rispose che le pitture le fece di dì e i figlioli di notte.

 

 

13.

Tr. 40v

Motto detto da un giovane a un vecchio. Dispregiando uno vecchio pubblicamente un giovane, mostrando aldacemente non temer quello, onde il giovane li rispuose che la sua lunga età li faceva migliore scudo che la lingua o la forza.

 

 

14.

Facezia.

For. II 30v

Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta e domandato uno de' sua servi chi era che batteva l'uscio, esso servo rispose essere una che si chiamava Madonna Bona. Allora l'infermo, alzato le braccia al cielo ringraziò Dio con alta voce, poi disse ai servi che lasciassino venire presto questa, acciò che potessi vedere una donna bona innanzi che esso morissi, imperocché in sua vita ma' ne vide nessuna.

 

 

15.

Facezia.

For. II 31r

Fu detto a uno che si levasse dal letto, perché già era levato il sole, e lui rispose: «Se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino, ancora non mi vo' levare».

 

 

16.

For. III 34v

Uno artigiano andando spesso a vicitare uno signore, sanza altro proposito dimandare, al quale il signore domandò quello che andava facendo. Questo disse che veniva lì per avere de' piaceri che lui aver non potea; perocché lui volentieri vedeva omini più potenti di lui, come fanno i popolari, ma che 'l signore non potea vedere se non omini di men possa di lui: e per questo i signori mancavano d'esso piacere.

 

 

17.

C. 19v

Uno andando a Modana ebbe a pagare cinque soldi di gabella della sua persona. Alla qual cosa, cominciato a fare gran cramore e ammirazione, attrasse a sé molti circunstanti, i quali domandando donde veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: «O non mi debbo io maravigliare con ciò sia che tutto un omo non paghi altro che cinque soldi, e a Firenze io, solo a metter dentro el cazzo, ebbi a pagare dieci ducati d'oro, e qui metto el cazzo e coglioni e tutto il resto per sì piccol dazio? Dio salvi e mantenga tal città e chi la governa.

 

 

18.

F. cop. v

Uno, vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il tavolaccio e gridò vedendo la sua lancia: «Oimè, questo è troppo picciol lavorante a sì gran bottega!».

 

 

19.

W. 12351r

Una putta mostrò il conno d'una capra 'n iscambio del suo a un prete, e prese un grosso, e così lo beffò.

 

 

20.

W. 12351r

La femmina nel passare uno tristo passo e fangoso «Tre verità», ella nell'alzarsi colle mani i panni dirieto e dinanzi si tocca la potta e 'l culo e dice: «Questo è un tristo passo!».

 

 

21.

Facezia.

H. 62v

Perché li Ungheri tengan la croce doppia?

 

 

22.

C. A. 313r b

Un certo merendon cresciuto all'uggia, come la zucca o 'l melon per superchio omore, o come il bozzacchio per li acquazzoni. No, tu non di' bene; sai tu chi e' par quello? Egli è proprio giucco da Gello, raso a capocchia; ma li manca il cavolo o la foglia della zucca da colare il lattime. Di' su, Sandro, che te ne pare? I' ti dirò il vero, e' non m'è riuscito. 


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