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LEONARDO DA VINCI: FANTASIE 

Il sito di Venere
W 12591r, W 12591v
 

1. a) Pel sito di Venere. Farai le scale da quattro facce, per le quali si perven[g]a a un prato fatto dalla natura sopra un sasso; il quale sia fatto voto e sostenuto dinanzi con pilastri, e sotto traforato con magno portico; nelli quali vada[n] l'acque in diversi vasi di graniti, porfidi e serpentini dentro a emicicli, e spanda[n] l'acqua in se medesimi e dintorno a tal portico. Inverso tramontana sia 'l lago con una isoletta in mezzo, nella quale sia un folto e ombroso bosco. L'acque in testa a' pilastri sien versate in vasi ai piè de' sua imbasamenti collocati, de' quali si sparga piccoli rivetti.
b) Partendosi dalla riviera di Cilizia inver meridio si [scopre] la bellezza dell'isola di Cipri, la qua[le]...
2. Dalli meridianali lidi di Cilizia si vede per australe la bell'isola di Cipri, la qual fu regno della dea Venere, e molti, incitati dalla sua bellezza, hanno rotte lor navili e sarte infra li scogli, circundati dalle r[e]verti[gi]nali onde. Quivi la bellezza del dolce colle invita i vagabundi navicanti a recrearsi infra le sue fiorite verdure, fra le quali i venti raggirandosi empiano l'isola e 'l circunstante mare di suavi odori. O quante navi quivi già son sommerse! o quanti navili rotti negli scogli! Quivi si potrebbe vedere innumerabili navili: chi è rotto e mezzo coperto dalla rena, chi si mosta da poppa e chi da prua, chi da carena e chi da costa. E parrà a similitudine d'un Giudizi[o], che voglia risucitare navili morti, tant'è la somma di quelli, che copre tutto il lito settantrionale. Quivi e venti d'aquilone, resonando, fan vari e pauro[si] soniti.
 

 

Il primo volo
V. U. cop. 2v
 

Piglierà il primo volo il grande uccello sopra del dosso del suo magno Cecero, empiendo l'universo di stupore, empiendo di sua fama tutte le scritture, e groria eterna al nido dove nacque.

 

Il diluvio
 

Leonardo da VINCI

I.

Descrizione del diluvio.

W. 12665r

 

A.

Sia in prima figurato la cima d'un aspro monte con alquanta valle circustante alla sua basa, e ne' lati di questo si veda la scorza del terreno levarsi insieme colle minute radici di piccoli sterpi, e spogliar di sé gran parte delli scogli circunstanti; ruvinosa discenda di tal deruppamento; con turbolente corso vada percotendo e scalzando le ritorte e gluppolente radici delle gran piante, e quelle ruinando sotto sopra. E le montagne, denudandosi, scoprino le profonde fessure fatte in quelle dalli antichi terremoti; e li piedi delle montagne sieno in gran parte rincalzati e vestiti delle ruine delli albusti precipitati da' lati delle alte cime de' prede[tti] monti, e quali sien misti con fango, radici, rami d'alberi, con diverse foglie, infusi infra esso fango e terra e sassi.

E le ruine d'alcuni monti sien discese nella profondità d'alcuna valle, e faccisi argine della ringorgata acqua del suo fiume, la quale argine già rotta, scorra con grandissime onde, delle quali le massime percotino e ru[i]nino le mura delle città e ville di tal valle. E le ruine degli alti edifizi delle predette città levino gran polvere; l'acqua si levi in alto in forma di fumo, ed i ravviluppati nuvoli si movino contro alla discendente pioggia.

Ma la ringorgata acqua si vada raggirando pel pelago, che dentro a sé la rinchiude, e con retrosi revertiginosi in diversi obbietti percotendo e risaltando in aria colla fangosa schiuma, poi ricadendo e facendo refrettere in aria l'acqua percossa. E le onde circulari, che si fuggano del loco della percussione, camminando col suo impeto in traverso, sopra del moto dell'altre onde circulari, che contra di loro si movano, e, dopo la fatta percussione, risaltano in ar[i]a, sanza spiccarsi dalle lor base.

E [a]ll'uscita che l'acqua fa di tal pelago, si vede le disfatte onde distendersi inverso la loro uscita; dopo la quale, cadendo ovver discendendo infra l'aria, acquista peso e moto impetuoso; dopo il quale, penetrando la percossa acqua, quella apre e penetra con furore alla percussion del fondo, dal quale poi refrettendo risalta inverso la superfizie del pelago, accompagnata dall'aria che con lei si sommerse; e questa resta nella viscicosa schiuma mista con legnami e altre cose più lieve che l'acqua; intorno alle quali si dà principio all'onde, che tanto più crescano in circuito, quanto più acquistano di moto; el qual moto le fa tanto più basse, quanto ell'acquistano più larga basa, e per questo son poco evidenti nel lor consumamento. Ma se l'onde ripercotano in vari obbietti, allora elle risaltano indirieto sopra l'avvenimento dell'altre onde, osservando l'accrescimento della medesima curvità ch'ell'arebbe[r] acquistato nell'osservazione del già principiato moto. Ma la pioggia nel discendere de' sua nuvoli è del medesimo color d'essi nuvoli, cioè della sua parte ombrosa, se già li razzi solari non li penetrassi; il che se così fussi, la pioggia si dimosterrebbe di minore oscurità che esso nuvolo. E se li gran pesi delle massime ruine delli gran monti o d'altri magni edifizi ne' lor ruine percoteranno li gran pelaghi dell'acque, allora risalterà gran quantità d'acqua infra l'aria, el moto della quale sarà fatto per contrario aspetto a quello che fece il moto del percussore dell'acque, cioè l'angolo della refressione fia simile all'angolo della incidenzia. Delle cose portate dal corso delle acque quella si discosterà più delle opposite rive, che fia più grave, ovver di maggior quantità. Li retrosi delle acque han le sue parte tanto più veloce, quanto elle son più vicine al suo centro. La cima delle onde del mare discende dinanzi alle lor base battendosi e confregandosi sopra le globbulenzie della sua faccia, e tal confregazione trita in minute particule la discen[den]te acqua; la qual, convertendosi in grossa nebbia, si mischia nelli corsi de' venti a modo di ravviluppato fumo o revoluzion di nuvoli, e la leva alfine infra l'aria e si converte in nuvoli. Ma la pioggia, che discende infra l'aria, nell'essere combattuta e percossa dal corso de' venti si fa rara o densa secondo la raretà o densità d'essi venti, e per questo si genera infra l'aria una innondazione di trasparenti nuvoli, la quale è fatta dalla predetta pioggia, e in questa si fa manifesta mediante i liniamenti fatti dal discenso della pioggia, che è vicina all'occhio che la vede.

L'onde del mare, che percote l'obliquità de' monti che con lui confinano, scorrano schiumose con velocità contro al dosso de' detti colli, e nel tornare indirieto si scon[trano] nell'avvenimento della seconda onda, e dopo il gran loro strepito tornan con grande inondazione al mare, donde si partirono. Gran quantità di popoli, d'uomini e d'anima[li] diversi si vedea scacciare dell'accrescimento del diluvio inverso le cime de' monti, vicini alle predette acque.

 

B.

Onde del mare di Piombino, tutte d'acqua schiumosa.

 

C.

Dell'acqua che risalta; de' venti di Piombino.

Ritrosi di venti e di pioggia con rami e alberi misti coll'aria.

Votamenti dell'acqua che piove nelle barche.

 

 

II.

Diluvio e sua dimostrazione in pittura.

W. 12665v

 

A.

Vedeasi la oscura e nubolosa aria essere combattuta dal corso di diversi e avviluppati venti, misti colla grav[e]zza della continua pioggia, li quali or qua ora là portavano infinita ramificazione delle stracciate piante, miste con infinite foglie dell'altonno. Vedeasi le antiche piante diradicate e stracinate dal furor de' venti. Vedevasi le ruine de' monti, già scalzati dal corso de' lor fiumi, ruinare sopra e medesimi fiumi e chiudere le loro valli; li quali fiumi ringorgati allagavano e sommergevano le moltissime terre colli lor popoli. Ancora aresti potuto vedere, nelle sommità di molti monti, essere insieme ridotte molte varie spezie d'animali, spaventati e ridotti al fin dimesticamente in compagnia de' fuggiti omini e donne colli lor figlioli. E le campagne coperte d'acqua mostravan le sue onde in gran parte coperte di tavole, lettiere, barche e altri vari strumenti fatti dalla necessità e paura della morte, sopra li quali era donne, omini colli lor figliuo[li] misti, con diverse lamentazioni e pianti, spaventati dal furor de' venti, li quali con grandissima fortuna rivolgevan l'acque sottosopra e insieme colli morti da quella annegati. E nessuna cosa più lieve che l'acqua era, che non fussi coperta di diversi animali, e quali, fatta tregua, stavano insieme con paurosa collegazione, infra' quali era lupi, volpe, serpe e d'ogni sorte, fuggitori della morte. E tutte l'onde percuotitrice [de'] lor liti combattevon quelli, colle varie percussioni di div[e]rsi corpi annegati, la percussion de' quali uccidevano quelli alli quali era restato vita.

Alcune congregazione d'uomini aresti potuto vedere, li quali con ar[m]ata mano difende[va]no li piccoli siti, che loro eran rimasi, con armata mano da lioni e lupi e animali rapaci, che quivi cercavan lor salute. O quanti romori spaventevoli si sentiva per l[a] scura aria, percossa dal furore de' tuoni e delle fùlgore da quelli scacciate, che per quella ruinosamente scorrevano, percotendo ciò che s'oppone[a] al su' corso! O quanti aresti veduti colle propie mani chiudersi li orecchi per ischifare l'immensi romori, fatti per la tenebrosa aria dal furore de' venti misti con pioggia, tuoni celesti e furore di saette!

Altri, non bastando loro il chiuder li occhi, ma colle propie mani ponen[do] quelle l'una sopra dell'altra, più se li coprivano, per non vedere il crudele strazio fatto della umana spezie dall'ira di Dio.

O quanti lamenti, o quanti spaventati si gittavon dalli scogli! Vedeasi le grandi ramificazioni delle gran querce, cariche d'uomini, esser portate per l'aria dal furore delli impetuosi venti.

Quante eran le barche volte sottosopra, e quale intera e quale in pezze esservi sopra gente, travagliandosi per loro scampo, con atti e movimenti dolorosi, pronosticanti di spaventevole morte. Altri con movimenti disperati si toglievon la vita, disperandosi di non potere sopportare tal dolore; de' quali alcuni si gittavano delli alti scogli, altri si stringeva la gola colle propie mani, alcuni pigliavan li propi figlioli e con grande impeto li sbatteva in terra, alcuno colle propie sue armi si feria, e uccidea se medesimi, altri gittandosi ginocchioni si raccomandava a Dio. O quante madri piangevano i sua annegati figlioli, quelli tenenti sopra le ginocchia, alzando le braccia aperte in verso il cielo, e con voce composte di d[iv]ersi urlamenti riprendeva[n] l'ira delli Dei; altra, colle man giunte colle dita insieme tessute, morde e con sanguinosi morsi quel divorava, piegando sé col petto alle ginocchia per lo immenso e insopportabile dolore.

Vedeasi li armenti delli animali, come cavalli, buoi, capre, pecore, esser già attorniato dalle acque e essere restati in isola nell'alte cime de' monti, già restrignersi insieme, e quelli del mezzo elevarsi in alto, e camminare sopra delli altri, e fare infra loro gran zuffe, de' quali assai ne moriva per carestia di cib[o].

E già li uccelli si posavan sopra li omini e altri animali, non trovando più terra scoperta che non fussi occupata da' viventi. Già la fame avea, ministra della morte, avea tolto la vita a gran parte delli animali, quando li corpi morti già levificati si levavano dal fondo delle profonde acque e surgevano in alto e infra le combattente onde, sopra le quali si sbattevan l'un nell'altro, e, come palle piene di vento, risaltava[n] indirieto da[l] sito della lor percussione. Questi si facevan basa de' predetti morti. E sopra queste maladizioni si vedea l'aria coperta di oscuri nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti delle infuriate saette del cielo, alluminando or qua or là infra la oscurità delle tenebre.

 

B.

Divisioni. Tenebre, vento, fortuna di mare, diluvio d'acqua, selve infocate, pioggia, saette del cielo, terremoti e ruina di monti, spianamenti di città.

Venti revertiginosi che portano acqua, rami di piante e omini infra l'aria.

Rami stracciati da' venti, misti col corso de' venti, con gente di sopra.

Piante rotte, cariche di gente.

Nave rotte in pezzi, battute in iscogli.

Grandine, saette, venti revertiginosi.

Delli armenti.

Gente che sien sopra piante che non si posson so[s]tenere.

Alberi e scogli, torri, colli pien di gente, barche, tavole, madie e altri strumenti da notare.

Colli coperti d'uomini e donne e animali, e saette da' nuvoli che allumini[n]o le cose.

 

 

III.

Figurazion del Diluvio.

G. 6v

L'aria era oscura per la spessa pioggia, la qual, con obbliquo discenso piegata dal traversal corso de' venti, faceva onde di sé per l'aria, non altrementi che far si vegga alla polvere; ma sol si variava perché tale inondazione era traversata delli liniamenti che fanno le gocciole dell'acqua che discende. Ma il colore suo era tinto del foco generato dalle saette fenditrici e squarciatrici delli nuvoli, el vampo delle quali percoteano e aprivano li gran pelaghi delle riempiute valli, li quali aprimenti mostravano nelli lor ventri le piegate cime delle piante.

E Nettunno si vedea in mezzo all'acque col tridente, e vedeasi Eulo colli sua venti ravviluppare le notanti piante diradicate, miste colle immense onde.

L'orizzonte, con tutto lo emisperio, era turbo e focoso per li ricevuti vampi delle continue saette. Vedeasi li omini e uccelli che riempievan di sé li grandi alberi, scoperti dalle dilatate onde, componitrici delli colli, circundatori delli gran balatri.

 

 

IV.

C. A. 354v b

Vedeasi per li revertiginosi corsi de' venti venir di lontan paesi gran quantità di torme d'uccelli, e questi si mostravan con quasi insensibile cognizioni, perché, ne' lor raggiramenti, alcuna volta l'una torma si vedean tutti li uccelli per taglio, cioè per la lor minor grossezza, e alcuna volta per la loro maggiore larghezza, cioè in propia faccia; e 'l principio della loro apparizione erano in forma d'insensibile nuvola, e le seconde e le terze squad[r]e si faceva[n] tanto più note, quan[t]'elle più si avvicinavano all'occhio di chi le riguardava.

E le più propinque delle predette torme declinavano in basso per moto obliquo, e si posavano sopra li morti corpi portati dall'onde di tal diluvio, e di quelli si cibavano; e questo feciono insin che la levità delli infiati corpi morti venne mancando, dove con tardo discenso andaro declinando al fondo delle acque.

 

 

V.

C. A. 155r c

Vedevasi gente, che con gran sollecitudine apparecchiavan vettovaglia sopra diverse sorte di navili, fatti brevissimi per la necessità.

Li lustri dell'onde non si dimostravano in que' luoghi, dove le tenebrose piogge colli lor nuvoli refrettevano. Ma dove li vampi generati dalle celeste saette refrettevano, si vedeva tanti lustri fatti da' simulacri de' lor vampi, quante eran l'onde che a li occhi de' circustanti potean refrettere.

Tanto crescevano il numero de' simulacri fatti da vampi delle saette sopra l'onde dell'acqua, quanto cresceva la distanzia delli occhi lor risguardatori. E così diminuiva tal nume[ro] di simulacri quanto più s'avvicinavano agli occhi che li vedeano, com'è provato nella difinizione dello splendore della luna e del nostro orizzonte marittimo, quando il sole vi refrette co' sua razzi e che l'occhio, che riceve tal refressione, si allontana dal predetto mare.

 

 

VI.

Dubitazione.

C. A. 155r c

Movesi qui un dubbio, e questo è se 'l diluvio venuto al tempo di Noè fu universale o no; e qui parrà di no per le ragioni che si assegneranno. Noi nella Bibbia abbiàn che il predetto diluvio fu composto di quaranta dì e quaranta notte di continua e universa pioggia, e che tal pioggia alzò dieci gomiti sopra al più alto monte dell'universo; e se così fu che la pioggia fussi universale, ella vestì di sé la nostra terra di figura sperica, e la superfizie sperica ha ogni sua parte equalmente distante al centro della sua spera; onde la spera dell'acqua trovandosi nel modo della detta condizione, elli è impossivile che l'acqua sopra di lei si mova, perché l'acqua in sé non si move, s'ella non discende. Addunque l'acqua di tanto diluvio come si partì, se qui è provato non aver moto? E s'ella si partì, come si mosse, se ella non andava allo insù? E qui mancano le ragion naturali, onde bisogna per soccorso di tal dobitazione chiamare il miracolo per aiuto, o dire che tale acqua fu vaporata dal calor del sole.

 

 

Il mostro marino

 

I.

Ar. 158r

 

A.

(O potente e già animato strumento dell'arteficiosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti convenne abbandonare la tranquilla vita, obbidire alla legge che Dio e 'l tempo diè alla genitrice natura).

A te non valse le ramute e gagliarde ischiene colle quali tu, seguitando la tua pleda, solcavi, col petto aprendo con tempesta, le salse onde.

O quante volte furono vedute le impaurite schiere de' delfini e de' gran tonni fuggire da l'impia tua furia! E tu colle veloci e ramute ali e colla forcelluta coda fu[l]minando generavi nel mare subita tempesta con gran busso e sommersione di navili, con grande ondamento empievi gli scoperti liti degli impauriti e sbigottiti pesci. Togliendosi a te, per lasciato mare rimasi in secco, divenivano superchia e abbondante pleda de' vicini popoli.

O tempo, consumatore delle cose, in te rivolgendole dài alle tratte vite nuove e varie abitazioni.

O tempo, veloce pledatore delle cleate cose, quanti re, quanti popoli hai tu disfatti, e quante mutazioni di stati e vari casi sono seguiti, po' che la maravigliosa forma di questo pesce qui morì!

Per le cavernose e ritorte interiora...

Ora disfatto dal tempo, paz[i]ente diaci in questo chiuso loco.

Colle ispogliate, spolpate e ignude ossa hai fatto armadura e sostegno al sopraposto monte.

 

 

II.

C. A. 265r a

 

A.

O quante volte fusti tu veduto in fra l'onde del gonfiato e grande oceano, col setoluto e nero dosso, a guisa di montagna e con grave e superbo andamento!

 

B.

E spesse volte eri veduto in fra l'onde del gonfiato e grande oceano, e col superbo e grave moto gir volteggiando in fra le marine acque. E con setoluto e nero dosso, a guisa di montagna, quelle vincere e sopraffare!

 

C.

O quante volte fusti tu veduto in fra l'onde del gonfiato e grande oceano, a guisa di montagna quelle vincere e sopraffare, e col setoluto e nero dosso solcare le marine acque, e con superbo e grave andamento!

 

 

Il gigante

 

I.

C. A. 311r a

 

A.

Caro Benedetto De[i], per darti nuove de le cose qua di Levante, sappi come del mese di giugno è apparito un gigante che vien di la diserta Libia.

 

B.

Questo gigante era nato nel mont'Atalante, ed era nero, ed ebbe contro A[r]taserse cogli Egizi e gli Arabi, Medi e Persi; viveva in mare delle balene, gran capidogli e de' navili.

 

C.

Caduto il fier gigante per la cagione de la insanguinata e fangosa terra, parve che cadessi una montagna, onde la campagna a guisa di terremoto con ispavento a Plutone infernale. E per la gran percossa ristette sulla piana terra al quanto stordito. Onde subito il popolo credendo fussi morto di qualche saetta, tornando la gran turba, a guisa di formiche che scorrano furiando per lo corpo del caduto rogero così questi scorrendo per l'ampie membra e le traversando con ispesse ferite.

Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto da la moltitudine, subito sen[ten]dosi cuocere per le punture, mise un muglio che parve fussi uno spaventoso tono; e, posto le mani in terra e levato il pauroso volto, e postosi una de le mani in capo, t[r]ovosselo pieno d'uomini appiccati a' capegli, a similitudine de' minuti animali che t[r]a quegli sogliono nascere: onde, scotendo il capo, gli omini faceano non altrementi per l'aria che si faccia la grandine, quando va con furor di venti. E trovossi molti di questi uomini esser morti da quegli che gli tempestavan addosso, po' ritto co' piedi calpestando.

 

D.

E attenendosi a' capegli e 'ngegnandosi nascondere tra quegli, facevano a similitudine de' marinai, quand'han fortuna, che corrono su per le corde per abbassar la vela a poco vento.

 

E.

Marte temendo de la vita s'era fuggito sotto 'l letto di Giove.

 

F.

A similitudine de le formiche che furiando or qua or là su pel rogero abbattuto da la scura del rigido villano.

 

G.

E per la caduta parve che la provincia tutta tremassi.

 

 

II.

C. A. 96v b

 

A.

La nera faccia sul primo oggetto è molto orribile e spaventosa a riguardare, e massime l'ingrottati e rossi occhi, posti sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuolare il tempo e tremare la terra.

E credimi che non è sì fiero omo che dove voltava li infocati occhi, che volontieri non mettesse alie per fuggire, ché Lucifero 'nfernale parìa volto angelico a comparazion di quello. Il naso arricciato con l'ampie anari, de' quali usciva molte e grandi setole, sotto i quali era l'arricciata bocca, colle grosse labbra, da l'estremità de' quali era peli a uso de le gatte e denti gialli. Avanza sopra i capi de li omini a cavallo, dal dosso de' piedi in sù.

 

B.

E rincrescendole il molto chinare e per esser vinto dalla importunità del..., volta l'ira in furore, cominciò co' piè, dimenati da la furia delle possenti gambe, a entrare fra la turba, e co' calci gittava li omini per l'aria, i quali cadeano non altrimenti sopra gli altri u[o]mini, come se stata fussi una spessa grandine. E molti furon quelli che, morendo, dètto[r] morte; e questa crudeltà durò finché la polvere mossa da' gran piedi, levata ne l'aria, costrinse questa furia infernale a ritirarsi indirieto. E noi seguitammo la fuga.

 

C.

O quanti vani assalimenti furono usati contro a questa indiavolata, a la quale ogni offesa era niente! O misere genti, a voi non vale le inispugnabili fortezze, a voi non l'alte mura de le città, a voi non l'essere in moltitudine, non le case o palazzi! Non v'è restato se non le piccole buche e cave

sotterrane; a modo di granchi o grilli o simili animali trovate salute e vostro scampo!

O quante infilici madri e padri furo private de' figlioli! O quante misere femmine private de la lor compagnia! Certo certo, caro mio Benedetto, io non credo che, poi che 'l mondo fu creato, fussi mai visto un lamento, un pianto pubblico esser fatto con tanto terrore!

 

D.

Certo in questo caso la spezie umana ha da 'nvidiare ogni altra generazione d'animali: imperocché, se l'aquila vince per [p]otenza li altri uccelli, il meno non son vinti per velocità di volo, onde le rondine colla lo[r] prestezza scampano da la rapina de lo smerlo; i dalfini con lo[r] veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de' gran capidogli; ma noi, miseri! non ci vale alcuna fuga, imperocché questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d'ogni veloce corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e mi pare tuttavia trovarmi a notare a capo chino per la gran g[o]la, e rimane[r] con cunfusa morte sepolto nel gran ventre.

 

 

III.

I 139r

 

Era più nero ch'un calabrone,

gli occhi avea rossi, com'un foco ardente

e cavalcava sopra un gran ronzone

largo se' spanne e lungo più di 20,

con se' giganti attaccati all'arcione,

e uno in mano che lo rodea col dente

e dirieto li venìa porci con zanne

fori della bocca forse dieci spanne.

 

 

Al Diodario di Soria

 

I.

C. A. 145v a

 

A.

Divisione del libro.

La predica e persuasione di fede.

La subita innondazione insino al fine suo.

La ruina della città.

La morte del popolo e disperazione.

La caccia del predicatore e la sua liberazione e benivolenzia.

Descrizione della causa di tal ruina del monte.

Il danno ch'ella fece.

Ruine di neve.

Trovata del profeta.

La profezia sua.

Allagamento delle parte basse di Erminia occidentale, li scolamenti delle quali erano per la tagliata di monte Tauro.

Come il novo profeta (mostra dire) questa ruina è fatta al suo proposito.

Descrizione del monte Tauro e del fiume Eufrates.

 

B.

Perché il monte risplende nella sua cima la metà o 'l terzo della notte, e pare una cometa a quelli di ponente dopo la sera, e innanzi dì a quelli di levante.

Perché essa cometa par di variabile figura, in modo che ora è tondo, or lungo, e or diviso in due o in tre parti, e ora unita, e quando si perde, e quando si rivede.

 

C.

Al Diodario di Soria, locotenente del sacro Soldano di Babilonia.

Il nuovo accidente accaduto in queste nostre parti settantrionali, il quale son certo che non solamente a te, ma a tutto l'universo da[rà] terrore, il quale successivamente ti sarà detto per ordine, mostrando prima l'effetto e poi la causa.

Ritrovandomi io in queste parti d'Erminia a dare con amore e sollecitudine opera a quello uffizio pel quale tu mi mandasti, e nel dare principio in quelle parte che a me pareano essere più al proposito nostro, entrai nel[la] città di Calindra, vicina ai nostri confini. Questa città è posta nelle ispiagge di quella parte del monte Tauro che è divisa dall'Eufrates, e riguarda i corni del gran monte Tauro per ponente. Questi corni son di tanta altura, che par che tocchino il cielo, ché nell'universo non è parte terreste più al[ta] della sua cima, e sempre quattro ore innanzi dì è percossa dai razzi del sole in oriente; e per l'essere lei di petra bianchissima, essa forte risplende e fa l'uffizio a questi Ermini come farebbe un bel lume di luna nel mezzo delle tenebre; e per la sua grande altura essa passa le somme altezze de' nugoli per ispazio di quattro miglia a linia retta. Questa cima è veduta di gran parte dell'occidente alluminata dal sole dopo il suo tramontare insino alla terza parte della notte, ed è quella che appresso di voi ne' tempi sereni abbiam già giudicato essere una cumeta, e pare a noi nelle tenebre della notte mutarsi['n] varie figure, e quando dividersi in due o in tre parti, e quando lunga e quando corta; e questo nasce per li nuoli che ne l'orizzonte del cielo s'interpongano infra parte d'esso monte e 'l sole, e, per tagliare loro essi razzi solari, el lume del monte è interrotto con vari spazi di nugoli, e però è di figura variabile nel suo splendore.

 

 

II.

C. A. 145v b

 

A.

Figura del monte Tauro.

Non sono, o Diodaro, da essere da te imputato di piegrizia, come le tue rampogne par che accennino, ma lo isfrenato amore, il quale ha creato il benifizio ch'io posseggo da te, è quello che m'ha constretto con somma sollecitudine a cercare e con diligenzia a 'nvestigare la causa di sì grande e stupente effetto; la qual cosa non sanza tempo ha potuto avere effetto. Ora, per farti ben sodisfatto della causa di sì grande effetto, è necessario ch'io ti mostri la forma del sito, e poi verrò allo effetto, col quale, credo, rimarrai sadisfatto.

 

B.

Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare a dar risposta alla tua desiderosa richiesta, perché queste cose, di che tu mi richiedesti, son di natura, che non sanza processo di tempo si possano bene espriemere, e massime perché a voler mostrare la causa di sì grande effetto, bisogna discrivere con bona forma la natura del sito, e mediante quella tu potrai poi con facilità sadisfarti della predetta richiesta.

Io lascerò indirieto la descriptione della forma dell'Asia Minore, e che mari o terre sien quelle che terminino la figura della sua quantità, perché so che la diligenzia e solliecitudine de' tua studi non t'hanno di tal notizia privato e verrò a denotare la vera figura di Taurus monte, il qual è quello ch'è causatore di sì stupenda e dannosa maraviglia, la quale serve alla espedizione del nostro proposito.

Questo monte Tauro è quello che appresso di molti è detto essere il giogo del monte Caucasso. Ma aven[d]o voluto ben chiarirmi, ho voluto parlare con alquanti di quelli che abitano sopra del mar Caspio, i quali mostrano che, benché i monti loro abbino il medesimo nome questi son di maggiore altura, e però confermano quello sia il vero monte Caucasso, perché Caucasso in lingua iscitica vol dire somma altezza. E invero non ci è notizia che l'oriente né l'occidente abbia monte di sì grande altura, e la pruova che così sia è che li abitatori de' paesi, che li stanno per ponente, veggano i razzi del sole, che allumina, insino alla quarta parte delle maggior notte, parte della sua cima, e 'l simile fa a quelli paesi che li stanno per oriente.

 

 

III.

C. A. 145v b

 

Qualità e quantità del monte Tauro. L'ombra di questo giogo del Tauro è di tanta altura, che quando di mezzo giugno il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s'astende insino al principio della Sarmazia che son giornate dodici, e a mezzo dicembre s'astende insino a' monti Iperborei, che è viaggio d'un mese inverso tramontana; e sempre la sua parte opposita al vento che soffia è piena di nuvoli e nebbie, perché il vento, che s'apre nella percussione del sasso, dopo esso sasso si viene a richiudere, e in tal modo porta con seco i nuvoli da ogni parte, e lasciali nella lor percussione, e sempre è piena di percussione di saette per la gran moltitudine di nugoli, che li son ricettati, onde il sasso è tutto fracassato e pien di gran ruine. Questa nelle sua radici è abitata da ricchissimi popoli, ed è piena di bellissimi fonti e fiumi, e fertile e abbondante d'ogni bene, e massime nelle parti che riguardano a mezzogiorno. Ma quando se n'è montata circa a tre miglia, si comincia a trovare le selve de' grandi abeti, pini e faggi e altri simili alberi; dopo questo per ispazio di tre altre miglia, si truova praterie e grandissime pasture; e tutto il resto, insino al nascimento del monte Tauro, sono neve eterne che mai per alcun tempo si partano, che s'astendano all'altezza di circa quattordici miglia in tutto. Da questo nascimento del Tauro insino all'altezza d'un miglio, non passano mai e nuvoli, ché qui abbiàno quindici miglia, che sono circa a cinque miglia d'altezza per linia retta, e altrettanto, o circa, troviàno essere la cima delli corni del Tauro, ne' quali, dal mezzo in su, si comincia a trovare aria che riscalda e non vi si sente soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci pò troppo vivere. Quivi non nasce cosa alcuna, salvo alcuni uccelli rapaci, che covano nell'alte fessure del Tauro, e discendano poi sotto i nugoli a fare le lor prede sopra i monti erbosi. Questo è tutto sasso semplice, cioè da' nugoli in su, ed è sasso candidissimo, e in sulla alta cima non si pò andare per l'aspra e pericolosa sua salita.

 

 

IV.

C. A. 214v d

 

A.

Essendomi io più volte con lettere rallegrato teco della tua prospera fortuna, al presente so che, come amico, ti contristerai con meco del misero stato nel quale i' mi trovo. E questo è che ne' giorni passati sono stato in tanti affanni, paure, pericoli e danni, insieme con questi miseri paesani, che avàm d'avere invidia ai morti. E certo i' non credo, che, poiché gli elementi con lor separazione disfeciono il gran caos, ch'elli riunissino lor forza, anzi rabie, a fare tanto nocimento alli omini, quanto al presente da noi s'è veduto e provato, in modo ch'io non posso immaginare che cosa si possin più accrescere a tanto male.

In prima fummo assaliti e combattuti dall'impeto e furore de' venti; a questo s'aggiunse le ruine delli gran monti di neve, i quali hanno ripieno tutte queste valli e conquassato gran parte della nostra città. E non si contentando di questo, la fortuna con subiti dilu[v]i d'acque ebbe a sommergere tutta la parte bassa di questa città. Oltre a di questo s'aggiunse una subita pioggia, anzi ruinosa tempesta piena d'acqua, sabbia, fango e pietre, insieme avviluppati con radici, sterpi e zocchi di varie piante, e ogni cosa, scorrendo per l'aria, discendea sopra di noi; e in ultimo uno incendio di foco, il qual parea condotto non che da' venti ma da trentamilia diavoli che 'l portassin, ha abbruciato e disfatto tutto questo paese, e ancora non è cessato. E que' pochi che siàno restati, siàno rimasti con tanto isbigottimento e tanta paura, che appena, come balordi, abbiamo ardire di parlare l'uno coll'altro. Avendo abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo insieme uniti in certe ruine di chiese, insieme misti maschi e femmine, piccoli e grandi a modo di torme di capre, e se non fussi certi popoli che ci hanno soccorso di vettovaglia tutti saremmo morti di fame.

Ora vedi come ci troviàno; e [tu]tti questi mali son niente a comparazione di quelli che 'n brieve tempo ci è promesso.

 

B.

So che, come amico ti contristerai del mio male, come già, con lettere, ti mostrai con effetto rallegrarmi del tuo bene.

 

C.

I vicini per pietà ci hanno soccorso di vettovaglie, i quali eran prima nostri nimici.


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