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IL RINASCIMENTO E LA DONNA

Rinascimento: il ruolo della donna 

Il Rinascimento italiano fu un periodo di timido progresso per la condizione delle donne della classe media e alta. Al contrario, per la stragrande maggioranza di esponenti del genere femminile la vita era molto difficile e offriva poche opportunità di miglioramento

 

«L'eccellenza o l'inferiorità delle persone non risiede nei loro corpi o dipende dal loro sesso, ma dalla perfezione dei loro costumi e delle loro virtù». La scrittrice Christine de Pizan anticipava così, nella sua famosa opera La città delle dame, una corrente di pensiero che si sarebbe fatta strada durante l'Umanesimo e che avrebbe significato per le donne – o almeno, per una parte di loro – un miglioramento nelle loro prospettive di vita.

 

Alla fine del Medioevo, la figura femminile si trovava in una posizione di netta subordinazione rispetto all'uomo, che fosse suo padre, suo marito, un fratello o un altro parente. 

 

Nel clima sessuofobico instaurato sul finire del XVI secolo dal Concilio di Trento e dalla Controriforma, si fa ancora più difficile la condizione della donna, confinata al suo ruolo di madre e del tutto emarginata dalla vita politica e dall’istruzione. Riesce impossibile incontrare donne in armi, anzi è già molto difficile incontrare donne emancipate, capaci di condurre una vita indipendente. Aristocratiche e borghesi sono educate per diventare perfette donne di casa, buone mogli e brave madri di famiglia. La donna, quasi una carcerata, si chiude tra le pareti domestiche, destinata vita natural durante al matrimonio o alla clausura. Di conseguenza la sfera privata prevale sulla partecipazione pubblica e sulla socialità, e l’intimità domestica sulla solidarietà e sulla vita di relazioni. Alle donne non resta che ripiegare sulle attività tradizionalmente ritenute consone al genere: cucinare, badare alla pulizia della casa, allevare i figli, cucire, tessere, ecc. Solo le popolane mettono il piede fuori casa e svolgono un lavoro extradomestico per aiutare il marito nel lavoro dei campi, oppure come filatrici, bambinaie, lavandaie.

 

Le bambine

Le bambine di rango elevato vengono educate in famiglia fino ai sette, otto anni, poi sono affidate a un convento, dove imparano a leggere, a scrivere, a filare e a tessere, a cucinare e a prendersi cura della casa. Le bambine dei ceti più modesti vivono in casa e, tra tutte, paradossalmente le più libere sono le contadine, che lasciano la casa e hanno più occasioni di incontrare persone.
Ancora nell’età rinascimentale una donna fin dalla nascita non è libera e non è artefice della sua vita e del suo destino. Sebbene molti uomini di cultura ritengano a torto che per le ragazze sia inutile l’istruzione e le rare donne colte siano guardate con sospetto e criticate, in Italia, tuttavia, se appartiene all’aristocrazia e all’alta borghesia, al contrario del resto d’Europa, la donna riceve al pari dell’uomo un’educazione basata sulle materie classiche e intesse la sua tela di relazioni sociali partecipando a feste e balli oppure riunendosi per pregare in speciali occasioni o per discutere degli ultimi avvenimenti di cronaca.

 

Come regola generale, la società considerava le donne incapaci di badare a sé stesse, quindi dovrebbero sempre essere soggette a un uomo che non solo le nutrisse, ma le tenesse anche lontane dal sentiero del peccato che avrebbero inevitabilmente intrapreso se fossero state abbandonate al loro libero arbitrio.

 

Alla fine del Medioevo, che coincide con l’aurora dei tempi moderni, la donna si trova ancora in uno status di subordinazione rispetto all’uomo. La società continua a considerare le donne come minorenni a vita, bisognose di tutela e di protezione, incapaci di badare a se stesse e di pensare con la propria testa, quindi creature sempre soggette a un uomo che non solo le mantiene economicamente, ma che controlla il loro pensiero e la loro personalità. All’interno della famiglia, le donne continuano a essere prive di ogni potere decisionale e rimangono sottoposte all’autorità del marito né più né meno come nei secoli del Medioevo. La donna resta ancora confinata ai ruoli tradizionali di “monaca, moglie, serva, cortigiana”.

Oltre al compito della procreazione, la donna rinascimentale si doveva occupare della tutela della famiglia (che comprendeva anche i servitori), aveva l'obbligo di essere fedele al marito e soltanto in assenza di quest'ultimo, assumeva la gestione economica della casa

 

La donna era ignorante, è considerata un essere inferiore e fino alla morte soggetta alla tutela prima del padre e poi del marito. Secondo Euripide, “La donna non è ignorante, ma è anche il peggiore dei mali. Per Platone, per lei non c'era posto, in una buona organizzazione sociale.

Era davvero difficile per una donna di quel tempo riuscire a badare a se stessa, anche se non certo a causa sua: a causa della crescita delle corporazioni durante gli ultimi secoli del Medioevo, furono attuate una serie di restrizioni all'accesso ai mestieri che giocavano soprattutto contro le donne. Queste videro drasticamente ridotto il loro accesso a lavori più o meno qualificati, e videro progressivamente e inesorabilmente la loro sfera d'azione spostarsi verso compiti ritenuti più idonei alla "natura femminile": cuoche, sarte, nutrici, solo per citarne alcune.

 

Il moltiplicarsi di mestieri che venivano visti come appannaggio dei maschi rafforzarono le convinzioni, già radicate, che il mondo del lavoro fosse una cosa da uomini. Coloro che aspiravano a guadagnarsi da vivere con un mestiere dovevano registrarsi per esercitarlo legalmente e, in mezzo a un clima misogino, i sindacati difficilmente accettavano una donna. I mestieri erano praticamente l'unico modo per le donne comuni di guadagnarsi da vivere, poiché la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta. Le figlie di famiglie nobili ricevevano un'istruzione, quindi avrebbero avuto prospettive migliori, se non fosse stato per il fatto che il ruolo di una signora di buona famiglia era quello di stringere alleanze familiari attraverso il matrimonio.

 

Educazione per le figlie
Un fatto è chiaro: le possibilità vitali di una donna erano fortemente condizionate fin dalla sua nascita, a seconda della scala sociale a cui apparteneva. Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le donne che rivestivano posizioni ai vertici della società non godevano di un trattamento necessariamente migliore. E allora, in medio stat virtus: una posizione sociale intermedia spesso era sinonimo di un trattamento privilegiato.

Gli ideali dell'Umanesimo confluirono nel Rinascimento, un periodo storico in cui le donne, specialmente quelle di classe medio-alta, notarono un netto miglioramento delle loro condizioni di vita. Coloro che potevano avere accesso a un'istruzione, ma non erano abbastanza importanti da essere utilizzate come "pezzi di valore" nel gioco della diplomazia matrimoniale, riuscivano ad accedere a impieghi al servizio delle classi superiori, come per esempio quelle di istitutrici: insegnavano lettere, scienza e soprattutto arte.

 

Istruzione e educazione

A partire dal XV secolo in Italia s'iniziò a investire anche nell'educazione delle figlie femmine, che spesso non era più inferiore a quella dei fratelli maschi, come invece avveniva fino a qualche decennio prima. Ora le fanciulle venivano istruite in letteratura e musica, e spesso anche in scienze e filosofia. La formazione artistica era di certo quella favorita e ritenuta più adatta: non è raro che le ragazze dell'epoca trascorressero il loro tempo libero componendo poesie, dipingendo o suonando uno strumento. Questa formazione le rendeva buone candidate affinché si occupassero a loro volta dell'educazione delle figlie della nobiltà.

 

Anche le donne con una posizione sociale più elevata godevano di un certo riconoscimento sociale, ma non professionale. Nelle grandi città come Firenze e Venezia si diffusero circoli sociali, alcuni dei quali guidati da donne di grandi famiglie. Un esempio di questo tipo di dame è stata Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo de Medici, una donna molto colta e rispettata che circondò suo figlio di artisti e pensatori.

La dote, la grande preoccupazione
Ma a prescindere dalla classe sociale o dall'istruzione, c'era un problema trasversale che, per molte donne, era uno dei maggiori ostacoli che avrebbero affrontato nella vita: la dote, ovvero il denaro e i beni che la loro famiglia doveva apportare per le nozze della figlia. Le donne non sposate e che non avevano preso i voti erano mal viste dalla società dell'epoca, nella quale ci si aspettava che le ragazze si sposassero quando erano ancora giovani per poter concepire molti figli. Una donna che avesse superato i venticinque anni veniva considerata "troppo vecchia" per il matrimonio.

 

Le donne istruite restano, comunque, un’esigua minoranza, il Gotha della società. La stragrande maggioranza della popolazione è analfabeta. Le figlie di famiglie nobili ricevono un’istruzione adeguata al loro rango, ma di fatto sono semplici pedine da manovrare sulla scacchiera delle alleanze e della diplomazia, non essendo libere di scegliere il futuro marito, decisione che spetta alla famiglia poiché di un matrimonio che non sia di interesse non si ha nemmeno la più pallida idea. Nelle famiglie principesche i matrimoni sono stabiliti per garantire accordi politici. 

Talvolta gli sposi sono ancora bambini, come Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona, quando vengono fidanzati dai genitori. Ludovico il Moro firma il contratto nuziale quando la futura moglie ha appena cinque anni.

Le donne delle classi medie o alte di solito sanno leggere e scrivere, ma per il resto si dedicano esclusivamente ai lavori di casa. Quelle povere, invece, non ricevono nessuna istruzione.


Molti tra gli umanisti pensano che conoscenze troppo vaste siano inutili e perfino deleterie per le donne perché potrebbero renderle ribelli e disobbedienti, in definitiva l’istruzione potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio che, favorendo l’emancipazione, si ritorcerebbe poi inevitabilmente come un boomerang contro gli uomini. Le virtù più raccomandate alle donne sono l’obbedienza, la fedeltà e la sottomissione.

 

La donna in pubblico

La dama non dovrà mostrarsi scontrosa durante alcune conversazioni impudiche perché il suo atteggiamento potrebbe far pensare che lei finga d’essere austera per nascondere le sue debolezze, né deve pronunciare «parole disoneste», né osare troppo nei modi di fare, anzi, deve «ascoltargli con un poco di rossore e vergogna». Non deve ascoltare né dir male di altre donne perché tale atteggiamento può creare una «mala opinione» sugli uomini, i quali apprezzano molto volentieri le donne considerate «bone ed oneste», perché la serietà di coloro che agiscono con saggezza è uno scudo contro la «insolenzia e bestialità». C’è, dunque, tutto un codice di comportamento che non ammette eccezioni.

 

La donna nubile

Le donne che scelgono di restare nubili sono mal viste dalla società dell’epoca, che considera positivamente le ragazze che si sposano nella verde età per poter concepire molti figli. Basta aver superato i venticinque anni e già si è considerate troppo “vecchie” per il matrimonio.
La mortalità infantile è elevatissima, aggravata dalla consuetudine di mettere a balia i neonati, per cui una donna deve generare una prole numerosa nella speranza che almeno qualche bimba/o sopravviva.
Dopo il 1348 e una delle più grandi epidemie di peste della storia, la famiglia era di solito formata da quattro persone, i genitori e due figli. Agli inizi del Quattrocento leggi e regolamenti raccomandano la famiglia allargata ai vari membri appartenenti allo stesso ceppo e ai parenti acquisiti con i matrimoni. Anche i domestici sono considerati membri della famiglia alla cui vita privata spesso partecipano anche i vicini e gli amici che possono essere scelti come padrini del figlio.

 

La dote di famiglia

era il complesso dei beni che la famiglia della donna portava al marito come "mantenimento" della moglie. Veniva elargita dal padre o, nel caso in cui questi fosse morto, dai fratelli. La sua natura era ambigua poiché, sebbene passasse direttamente al marito, che l'avrebbe amministrata da allora in avanti, non era fornita per il suo uso personale ma affinché questi fornisse alla moglie tutto ciò di cui aveva bisogno. In caso di morte, la vedova aveva – almeno in teoria – il diritto di pretendere che il nuovo capofamiglia le donasse la restante parte della dote, cosa che in pratica era complicata dall'impossibilità di dimostrare esattamente che parte fosse già stata spesa.

 

Apportare una buona dote era quasi essenziale perché il matrimonio andasse a buon fine, e infatti era molto raro che una donna senza dote riuscisse a sposarsi: il motivo era proprio che per la maggior parte di loro era difficile trovare un lavoro con il quale guadagnare abbastanza da mantenersi. Di conseguenza le donne passavano a dipendere economicamente dal marito. Allo stesso tempo però quest'argomentazione serviva come pretesto per pagare alle donne un salario inferiore a quello degli uomini: si presumeva che la dote e lo stipendio del marito avrebbero colmato il divario.

 

Le famiglie che non potevano permettersi la dote, soprattutto se avevano avuto più figlie, spesso sceglievano di mandarle in convento, poiché l'istituzione forniva loro cibo e un tetto. L'alternativa era che le figlie iniziassero a lavorare in tenera età per procurarsi la propria dote, soprattutto nel servizio domestico di famiglie benestanti: persone con poche risorse inviavano le loro figlie appena adolescenti a servire come cameriere, cuoche, accompagnatrici o compagne di giochi di ragazze nobili. Le difficoltà si accentuarono nelle campagne, provocando una vera e propria migrazione femminile verso le città.

 

 

Durante tutto il Rinascimento, le donne lottarono per farsi strada da sole in una società che le trattava, nella migliore delle ipotesi, con paterna condiscendenza. Le artiste, in particolare, avevano prospettive migliori poiché potevano guadagnarsi da vivere con il loro lavoro e nel XVI secolo iniziarono ad essere più accettate, sebbene rimanessero una minoranza. Le cortigiane potevano anche essere finanziariamente indipendenti, anche se disapprovate: sono state generalmente descritte come prostitute di alta classe, ma la verità è che erano donne altamente istruite che si circondavano di artisti, intellettuali e scienziati.

Se non si può dire che il Rinascimento sia stato un periodo di splendore per tutti, ancor meno lo era per tutte. L'Umanesimo non riuscì a distruggere secoli di pregiudizi contro le donne: poche potevano vivere una vita indipendente o addirittura esercitare un certo grado di autorità nella propria casa. E anche quando lo facevano, molte persone le vedevano come strane donne che non si comportavano come avrebbero dovuto.

 

Forse il miglior esempio di ciò è Vittoria Colonna, marchesa di Pescara e poetessa; una donna di grande cultura che coltivò la sua passione per l'arte e si circondò dei migliori artisti e intellettuali del suo tempo, tra gli altri Michelangelo. Il Buonarroti – che d'altra parte non era famoso per il suo tatto – disse di lei che era «un uomo in una donna, anzi un dio» e alla sua morte scrisse: «Morte mi tolse un grande amico».

 

Dopo il matrimonio

Dopo il matrimonio la tutela della donna passava dal padre al marito che poteva addirittura impedire alla moglie di intrattenersi sulla porta di casa per dare un’occhiata a quello che succedeva in strada o per scambiare due parole con i passanti. 

Il XV e XVI secolo, con la loro nuova concezione di “uomo rinascimentale”, pongono l’uomo su un gradino superiore rispetto alla donna, confermando quella disparità e differenziazione di ruoli e di educazione destinata a durare fino a tutto il XIX secolo. Non c’è, dunque, un vero progresso nella condizione sociale delle donne i cui spazi di libertà sono ancora angusti. Il Rinascimento allontana e taglia fuori le donne dalla società, dal potere e dai campi di battaglia. L’era moderna fa scomparire per un certo periodo la donna guerriera che ha contraddistinto l’epoca medievale creando una più drastica divisione dei ruoli tra i due sessi.


Con l’avvento della civiltà umanistica non sono tutte rose e fiori né si può pensare che da un secolo all’altro si cancellino tutto d’un colpo una serie di radicati pregiudizi contro le donne: a poche è concesso di condurre un’esistenza del tutto indipendente o avere voce in capitolo nella propria casa. Via via che crescono le corporazioni durante gli ultimi secoli del Medioevo, numerosi mestieri diventano prerogativa esclusiva del “sesso forte”. In un’atmosfera politico-sociale fortemente maschilista e misogina, non è facile per una donna farsi strada in nuove attività. Qualsiasi tipo di lavoro “fuori casa” è considerato roba da uomini, e quasi tutte le occupazioni sono reputate mestieri maschili. Solamente nel Nord Europa le donne possono entrare nelle corporazioni, lavorare come negozianti e artigiane. A Strasburgo e a Parigi si dedicano a vari rami del commercio.

 

I circoli

Nelle grandi città come Firenze e Venezia nascono circoli, alcuni dei quali guidati da dame di elevato lignaggio. A Firenze Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo de’ Medici, è una donna estremamente intelligente e di grande cultura, riverita e rispettata, tanto che il suocero la definisce “l’unico uomo della famiglia”, mecenate e patrona delle arti.
Isabella d’Este è l’animatrice e il cuore pulsante della corte di Mantova. La veneziana Caterina Cornaro, regina di Cipro, una volta privata del potere, fonda ad Asolo, presso Treviso, un centro di studi. 

Cecilia Gallerani, immortalata da Leonardo nel dipinto La dama con l’ermellino, inaugura a Milano un salotto letterario. La buona madre dedita alla cura della famiglia è capace di occuparsi anche di politica e di affari in assenza del marito.

Ne è un tipico esempio Lucrezia Borgia, abile politica e accorta diplomatica, tanto che il consorte, il duca Alfonso I d’Este, le affida la conduzione politica e amministrativa del piccolo Stato durante le sue assenze da Ferrara.

 

 


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